Real Madrid-Manchester City | I Blancos, Re Carlo e lo Shōbōgenzō

Champions League ball on the pitch

Il 4 maggio 2022 si è giocata la semifinale di ritorno della Champions League Real Madrid-Manchester City. Una partita dal significato oltrecalcistico, che parla di noi in modo radiografico – ci dice chi siamo – e profetico – ci dice dove stiamo andando. All’andata è finita 4-3 per il City, che è dunque in vantaggio: per qualificarsi alla finale basterebbe un pareggio. A questo si aggiunge che in casa gli inglesi avrebbero potuto segnare almeno altri quattro goal, mentre i tre realizzati dal Madrid sono sembrati il frutto del migliore, e del massimo, impegno che i Blancos potessero mettere in campo.

I Blancos come Rocky Balboa

Quando al 73’ minuto del ritorno Mahrez porta in vantaggio il City, il Real sembra spacciato. Come Rocky Balboa, all’ultimo round di uno dei suoi match, dopo averle prese di santa ragione per tutto l’incontro, con una faccia in cui si fatica a capire dove si trovino le fessure per gli occhi, e un equilibrio che sfida le più elementari leggi della fisica. Eppure, poi, succede qualcosa che evoca l’impossibile, nei film di Rocky come quella sera allo Stadio Bernabeu di Madrid: il centrocampista del Real Camavinga indovina un assist di cinquanta metri, Benzema la passa al centro di prima, Rodrygo anticipa il portiere in uscita e la palla è in rete.

È Rocky che piazza il suo primo colpo, e dice “Sono ancora vivo!”. Passa solo un minuto e Rodrygo segna di testa, realizzando una doppietta, e manda la partita Real Madrid-Manchester City ai supplementari. Lì, Benzema dimostra perché i madrilisti lo hanno ribattezzato Karim ‘the dream’ Benzema. Si procura un rigore, lo va a battere, realizza il suo quindicesimo goal in dodici partite di Champions, e elimina il favoritissimo Manchester City. Vince, come Rocky che vince sempre (alla fine).

In un mondo complesso è difficile indagare i miracoli

Diversamente dal pugilato, però, da rimonte e sorpassi a cui possiamo assistere nel tennis, nella Formula 1, il calcio non è uno sport individuale. Per capire cos’è successo il 4 maggio non è sufficiente indagare la biografia, la psiche, di un vincitore (con tanto di mondi che gli orbitano attorno), fare lo stesso con lo sconfitto.

Qui vincono in quindici, considerando i subentrati, perdono in quindici; trenta persone con rispettivi mondi orbitanti annessi. Se si considerano anche le dimensioni del campo e il fatto che, diversamente dal rugby, nel calcio non ci sono limitazioni alla direzione verso cui può muoversi la palla, si raggiunge un livello tale di complessità che sembra impossibile spiegare cosa siano riusciti a fare i madrileni in Real Madrid-Manchester City. Si sarebbe tentati di dire che una spiegazione non c’è e che, forse, proprio questo mistero rende il calcio lo sport più seguito del pianeta. Oppure si potrebbe azzardare un’esegesi, andando alle matrici da cui muove una tale complessità: chi allena questi trenta giocatori? Chi li mette in campo, li motiva, li educa? Spostare lo sguardo, smettere di guardare il feticcio che è la partita, e concentrarsi su chi siede nelle rispettive panchine.

Carlo Ancelotti e il Sōtō Zen

L’allenatore del City è Pep Guardiola, che di Champions ne ha già vinte due. In panchina per i Blancos c’è Carlo Ancelotti, che ne ha vinte tre. Sono tra gli allenatori più vincenti di questo sport, ma il loro modo di vincere è radicalmente diverso, e è proprio questo a caricare la sfida di significati che vanno al di là di quelli sportivi. Partiamo dalle origini. Quelle di Guardiola sono aristocratiche: esordisce col Barcellona e vince subito tutto (al primo anno campionato, Coppa del re e Champions). Ancelotti, al contrario, fa la gavetta in serie B, fallisce alla Juventus, e solo al Milan trova la sua consacrazione.

In sostanza, mentre Guardiola vince, Ancelotti impara uno dei principi dello Shōbōgenzō:

Diversi tipi di persone hanno differenti modalità di realizzazione, e ognuna di esse possiede la capacità di comprendere la vera funzione e il significato della propria natura.

Lo Shōbōgenzō (‘La custodia della visione del vero Dharma’) è l’opera per eccellenza del monaco medioevale Eihei Dōgen, fondamento del Sōtō Zen. Forse Ancelotti non conosce questa corrente del buddismo giapponese, eppure il suo operato da allenatore fa di lui un’incarnazione di questa pratica. Mentra Guardiola è l’equivalente perfetto, in ambito calcistico, della tecnocrazia che impera ormai nelle vite di tutti.

“Diverse modalità di realizzazione” significa che non solo quello che noi consideriamo successo è un successo; anche un fallimento è un successo se noi riusciamo a “comprendere la vera funzione” di quel fallimento. Guardiola, nei suoi anni formativi, non ha avuto modo di confrontarsi col fallimento, come gran parte dell’umanità è più costretta a confrontarci con le carestie: la tecnologia raggiunta garantisce, ogni giorno, non solo di sfamare, ma di mangiare sempre ciò che quella porzione di mondo preferisce. Poi, però, arriva un momento in cui gli schemi di Guardiola non bastano, e non ha alternative.

Il City, che dopo il pareggio del Real non sa come riprendere in mano la partita, ricorda quando qualcuno, all’improvviso, dice di non amarci più, quando dobbiamo affrontare un lutto, quando una malattia insorge; e noi non sappiamo che fare, dove trovare le risorse per ripartire, perché non riusciamo a comprendere la vera funzione di quei fallimenti. Non siamo più allenati.

Abbandonando il passato, il presente realizza se stesso

L’impermanenza è la natura del Buddha. Non attaccarti a nulla è la verità fondamentale che non muta con le circostanze.

In Real Madrid-Manchester City, Ancelotti di fronte alla supremazia del City assomiglia a un Buddha imperturbabile. Per una partita e mezza accetta il predominio del City, scruta le circostanze, comprende il momento in cui mettere in campo Camavinga e Rodrygo; non attaccandosi a nulla, a nessuna certezza, arriva, addirittura, a sostituire Karim the dream Benzema. Colui che sta diventando, partita dopo partita, il nuovo Re Carlo di Spagna, improvvisa il presente. “Abbandonando il passato, il presente realizza se stesso”.

Guardiola, al contrario, sembra incatenato, ai propri schemi, al proprio passato, in una fedeltà ottusa a un meccanismo che lo ha fatto vincere tanto e quindi dovrà, per forza, continuare a premiarlo. Siamo noi che continuiamo a credere nel progresso a oltranza, nell’esattezza dei nostri smartphone, delle nostre app, delle nostre proiezioni di mercato. Lo sguadro spaurito di Guardiola, nell’ultima frazione del match è il nostro, quando realizziamo che ciò che possiamo controllare, prevedere, è solo una parte della realtà e, forse, neanche quella fondamentale.

La chimera del controllo assoluto

Così si arriva al cuore della questione: la chimera del controllo assoluto. Guardiola da anni continua a circondarsi di giocatori tecnicamente eccellenti ma con personalità mediocri, perché è più facile fare loro eseguire i suoi schemi, prevedere che in campo faranno esattamente ciò che lui vuole che facciano.

Ma “Cercare di afferrare la mente è come cercare di mangiare un dolce di riso dipinto”. Il dolce di riso dipinto è lì, c’è sempre, lo puoi spostare quando e dove si vuole. Ma non sfama. Ancelotti sa benissimo che nella realtà il riso può non essere buono come la volta prima, che il cuoco può cucinarlo male, che stavolta potrebbe restare indigesto, ma accetta tutto questo. Accetta di guidare uno spogliatoio con giocatori con caratteri anche spigolosi, accetta di essere messo in discussione, accetta le tempeste. Perché sa che in quell’imprevisto risiede il senso, che frequentarlo te lo rende amico, che proprio quei giocatori, in campo, sapranno gestirlo. Non cede all’inganno dei meccanismi collaudati, della programmazione esistenziale, di un’intelligenza artificiale a cui Guardiola affida tutto il suo gioco e noi tutta la nostra vita.

La vittoria in rimonta del Real, il 4 maggio scorso in Real Madrid-Manchester City, è di questo che parla; ci suggerisce un’alternativa: lasciare un po’ di spazio, nelle nostre vite, al non attaccamento, alla libertà che dà le vertigini, a un possibile risveglio. “Non essere attaccati alla propria testa, occhi, midollo, cervello, corpo, carne, mani o piedi. Quando non siamo attaccati a queste cose possiamo dire: ‘Liberamente dai e liberamente prendi’. Questo è chiamato il più grande dei risvegli”.

Andrea Tomaselli, classe 1972, nato a Catania, dopo la laurea in Lettere Moderne, nel 2001 consegue il master in Tecniche della Narrazione, presso la Scuola Holden di Torino. Docente di Lettere nelle scuole secondarie superiori e di Scrittura e Regia Cinematografica per la Scuola Holden. Tomaselli è autore di narrativa (Bodies), poesie, sceneggiature, regie di lungometraggi (Zooschool, Kyo) e spettacoli teatrali (La Crepanza). Maestro di Hypercritic, Tomaselli è stato ospite della serata di apertura del primo Hypercritic Microfestival: Sui Sentieri dei Cuori Selvaggi – iniziativa promossa all’interno del Salone del Libro OFF 2022 in collaborazione con Libreria Borgopo’ e Gambero Rosso Academy Torino.

More